Quanti di noi hanno sostenuto e continuano a sostenere il valore di questa Europa, spesso e volentieri facendosi scudo inneggiando al Manifesto di Ventotene, non solo sono in cattiva fede, ma fanno vilipendio alla memoria e alla verità. Quello che sortì dall’isola di confino, fu una proposta rivoluzionaria, incentrata su una base e su una spinta democratica , che non mancò di essere ostacolata sin da subito, da coloro che auspicavano quello sviluppo istituzionale tecnocratico e niente affatto democratico che oggi subiamo inermi.
La perdita della sovranità economica e monetaria nazionale non è stata compensata dal necessario affrancamento dal concetto di stato-nazionale che, al contrario, ha ripreso nuovo fuoco alimentato dal vento delle destre massimaliste.
Quello che un partito socialista coerente dovrebbe sostenere con forza è l’istituzione di una federazione europea composta da un Parlamento eletto dal “popolo sovrano” e da un governo democratico che abbia effettivi poteri in campo tanto politico quanto economico. Alternativamente potremmo metterci tutti comodi ed aspettare, insieme alla deflazione, il collasso.
Il fallimento del mai realmente supportato (soprattutto dagli USA, e oggi, con il conflitto Ucraino ne vediamo gli effetti), progetto europeo, va accompagnandosi col fallimento di un’altra idea chiave del ‘900: la globalizzazione. Il mostro dalle 1000 teste.
Il mito della globalizzazione va via via ripiegando su sé stesso, dando vita a protezionismi economici selettivi molto più strutturati rispetto al passato e in questi anni non più tacitati, bensì utilizzati dai leader politici per infiammare le folle ai vari gridi di “Prima l’Inghilterra!”, “Torneremo la Grande America”. Il ritorno di attori di primo piano, come la Cina, al mercato interno e la progressiva perdita di centralità geo-strategica degli Usa, sta provocando un cambiamento di rotta difficilmente gestibile dal momento in cui abbiamo permesso all’economia di dominare e governare gli spazi della politica e non, come dovrebbe essere, il contrario.
Il liberismo incontrollato e una finanza indipendente rispetto all’arte del governo ha creato, nonostante le promesse, nuove forme di povertà, nuovi modelli di ingiustizia, asimmetrie, esclusioni, alla faccia della comunità globale, del villaggio globale, dei cittadini globali e della governance globale.
Risulta pertanto scorretto limitarsi a bollare come frutto del populismo quanto accaduto in Inghilterra con il referendum del 2016: la Brexit ha sancito la vittoria di un nazionalismo plasmato sui poveri e sui declassati.
Lo smantellamento scellerato di alcuni paesi del Medio Oriente, in seguito agli accadimenti dell’11 settembre, non è stato seguito da un serio sostegno alla transizione democratica, sancendo la nascita di quei movimenti nazionalistico-terroristici di matrice arabo-islamica che hanno fatto sì che la necessità di welfare venisse sacrificata sull’altare del bisogno di sicurezza.
Se un certo pensiero liberale ha contribuito ad alimentare l’idea dello “stato nemico dell’economia”, determinando il suo progressivo allontanamento rispetto agli affari economici, la totale mancanza di visione e le spinte individualistiche stanno aprendo la strada ad una nuova spartizione di risorse e territori che comporterà nuove crisi e nuove frammentazioni; la crisi nord africana è stata in questo senso determinante, lasciando intravedere alle potenze europee, Italia esclusa, la possibilità di riaffermare la propria supremazia.
L’Italia, paese immobile e terra di conquista, deve necessariamente riappropriarsi del suo ruolo centrale, intensificando la propria attività politica nel contesto dei popoli del Mediterraneo.
S’impone dunque un necessario e tempestivo cambio di rotta da parte delle forze socialiste, lo sviluppo di una seria critica al fallimentare sistema-Europa, lo smantellamento del mito liberista della globalizzazione, l’imposizione del primato della politica rispetto all’economia.
Rossella Pera







