Oggi volevo divertirmi un po’. Avevo in programma un articolo che prendesse un po’ per i fondelli la sinistra, che finalmente aveva l’occasione di dimostrare il suo punto forte: l’analisi della sconfitta. Mi sono poi fermata, perché ho dovuto constatare che ormai, la sinistra non è più in grado di fare nemmeno quello.
Il motivo che mi ha portato a cambiare argomento e umore, è però un altro: un articoletto di margine, pubblicato da Repubblica e riportato da un altro paio di testate; riguarda una ragazzina di 12 anni che, camminando con un’amica, è insultata e violentemente picchiata da una gang composta da 8 ragazzi e 2 ragazze (le effettive autrici del violento pestaggio) di 15 anni. La vittima, a cui sono stati distrutti gli occhiali da vista e il cellulare, è stata dapprima insultata e poi, tra le urla di incitamento e gli sputi, malmenata. La ragazzina ha riportato un’importante lesione all’occhio e un dente rotto. Il volto è stato l’obiettivo principale delle due picchiatrici.
La dodicenne, che ha trascorso la notte in ospedale, ha raccontato la dinamica dell’insensato attacco e poi ha riferito quella che, presumo sia per lei ma che dovrebbe esserlo anche per tutti noi, il fatto più inspiegabile: c’erano molti passanti e commercianti, hanno assistito al pestaggio, osservato la scena e, sempre che qualcuno non si sia anche divertito a riprendere il tutto con lo smartphone, tirato dritto. Nessuno è intervenuto, nessuno ha prestato soccorso alla bimba, nessuno si è nemmeno degnato di chiamare le forze dell’ordine.
Eccovi qui servita la vera analisi della sconfitta. La sconfitta di un’intera società. Se la politica è lo specchio di una società e l’interesse della società per la tutela degli individui che la compongono è, nei fatti, inesistente, allora il fatto che nessuno sia andato a votare, si spiega da solo; non servono analisi, non è necessario indagarne le motivazioni. Che poi “la politica” è una parola, i politici siamo noi con tutte le nostre scelte. Abbiamo un’opinione su ogni questione, sempre e immediatamente, abbiamo facili soluzioni a complessi problemi e, soprattutto, abbiamo una scusa per ogni nostra mancanza, ogni nostra ipocrisia, ogni nostra indifferenza. Abbiamo un’abilità unica nel puntare il dito. Peccato che non siamo in grado di metterci allo specchio e dirci “è colpa mia”.
Siamo quella società che è interessata più al gossip, alla rettitudine morale e ai fatti privati dei nostri politici, ma che se ne frega dei programmi elettorali e, ancor di più, se ne frega della propria rettitudine morale. Siamo quella società in cui l’unico politico che commenta questo pestaggio è un Salvini qualunque, che tuona contro i genitori incapaci di educare i figli e che lui è pronto a raddrizzare con la giustizia, ma che non spende una parola sull’indifferenza che ha permesso questa vergognosa violenza, che non conosce dove e come sono cresciute le due aguzzine e relativi, che non pensa alla sua educazione quando, da perfetto bullo, butta in pasto al proprio gregge famelico i suoi oppositori (maggiorenni e non), che non stigmatizza il linguaggio violento perpetrato dai propri sostenitori.
Siamo quella società che vuole una politica non corrotta, ma che appena si presenta l’occasione cerca favori, salta file, allunga mazzette e affossa competitori. Siamo quella società che fonda associazioni a scopo sociale, ma che non dialoga con i partiti perché loro sono “società civile e apartitica”, ma poi pretende azioni e soluzioni dalla politica. Siamo quella società che se uno sbaglia “morte!”, “buttate la chiave!”, finché non si tratta del proprio figlio. Siamo quella società che vede l’oppositore come un nemico, che vuole divisioni nette, che vota (quando lo fa) per simpatia. Siamo quella società che affollava piazze nei “Vaffanculo Day”, chiedendo la totale distruzione del sistema senza proporre una conseguente ricostruzione.
Siamo quella società che si taglia una ciocca di tre peli da sbattere sul web, così da mostrare l’assoluta sensibilità e solidarietà nei confronti delle donne iraniane, per poi sciacquarsene le palle dal minuto successivo. Siamo quella la società, quella del mobbing, dello stalking, dello stupro di gruppo, della diffamazione, arma funzionale per liberarsi dagli individui scomodi, quella dei vicini che non sentono mai niente, quella dei genitori che coprono e scusano tutto, quella che non combatte la mafia perché “a me lui non ha fatto niente”.
Siamo quella società che ti insulta sul web ma non ha il coraggio di guardarti nel viso se la incontri per strada, siamo quelli del “quando c’era lui”, quelli che manifestano il più becero antisemitismo se parlano si Israele ma che inorridiscono quando i fascisti distruggono le Pietre di Inciampo, siamo quelli del “com’era vestita?”, del “se l’è cercata”, siamo quelli che “se mi voti, trovo lavoro a tuo figlio”, quelli che picchiano i barboni, quelli che incendiano i campi ROM.
Siamo quelli che pestano in branco, siamo quelli che si ispirano a Falcone ma si fanno eleggere nelle liste dagli amici di Rocco Morabito; siamo quelli che difendono le donne, ma solo quelle che gli stanno simpatiche, siamo quelli che denunciano body-shaming, ma solo se colpisce i brutti, siamo quelli che al “come stai?” se rispondi “male” vogliono sapere i dettagli, ma se rispondi “bene” tirano dritto; siamo quelli che “è importante che le donne denuncino” ma se ne fregano se, non avendo garanzie di tutela, il giorno dopo le ammazzano.
Siamo quelli che andrebbero a nuoto per salvare un gattino, ma che affonderebbero un barcone di immigrati, siamo quelli che, in seguito alle polemiche, il messaggio di Zelensky a Sanremo lo leggono alle 2 notte; siamo quelli dell’armiamoci e partite, siamo quelli che parcheggiano al posto dei disabili, che si fanno togliere la multa dall’amico, siamo quelli che “prof anche lui stava copiando”, siamo amanti dell’ambiente mentre buttiamo dal finestrino la bottiglia vuota.
Siamo questo e molto altro, molto peggio. Siamo quelli che non sono andati a votare perché avevamo in tasca un biglietto di prima fila per assistere al brutale pestaggio di una bambina.







